Oblio, in rete non esisti

Oblio, in rete non esisti

Oblio, la volontà di essere dimenticati, come scomparsa o sospensione dal ricordo, dal pensiero degli altri, nei fatti o nelle frasi lasciate, soprattutto in rete.

Google non è il fiume Lete, della mitologia classica, le cui acque cancellano ogni ricordo in chi vi si immerge. Google non riesce a cancellare le notizie, imbarazzanti o meno dei soggetti che vogliono ripudiare cose dette o fatte.

Google ha vinto la sua battaglia decretando l’effettiva perdita degli utenti cittadini europei, che credendo nell’oblio, così come affermato anche dalla privacy, chiedono al motore di ricerca la rimozione di notizie non più significative, seppure autentiche [vedi articolo Google vince contro l’Europa: non dovrà garantire il diritto all’oblio fuori dalla Ue].

A fronte della richiesta di cancellazione dei dati e delle informazioni insita nel diritto all’oblio, la rimozione dei link si fermerà ai confini dell’Unione europea, tratto tecnologico, ma un po’ eccentrico.

Secondo Google e la Corte di Giustizia europea, il detentore del motore di ricerca più usato nel mondo, si limiterà a rimuovere i link alla notizia non da tutti i server, ma solo da quelli posti sul territorio europeo.

La Corte ha così dato ragione a Google che aveva “fatto ricorso dopo una multa da 100mila euro nel 2015 comminata dalla Commissione quando si è rifiutato di deindicizzare i link incriminati da tutte le versioni del motore di ricerca”.

La sentenza attuale dei giudici del Lussemburgo della Corte di Giustizia europea riporta che il gestore di un motore di ricerca non è tenuto a effettuare la deindicizzazione in tutte le versioni del suo motore di ricerca. “Quando c’è una richiesta di cancellare dati da una ricerca, questo non deve avvenire in tutti i server, ma solo in quelli compresi sul territorio europeo”.

La Corte ha solo avvallato una impossibilità tecnologica confermando ancora una volta che l’oblio in rete non può esistere, non per un ostruzionismo di Google, ma perché tecnologicamente non è possibile poterlo garantire.

In rete i dati e le informazioni vengono copiati, variati, salvati e reimmessi. Va da sé che poterle inseguire diviene impossibile, perché è tecnicamente impossibile riuscire a cancellare una notizia. La rimozione di un link da un server non garantisce che la stessa notizia non sia raggiungibile da altro server che indicizza la rete.

Perché deve essere chiaro che la rimozione di un link non pone automaticamente la cancellazione della notizia. Inoltre, qualora questa fosse leggermente, ma non molto alterata, potrà essere di nuovo linkata ad un prossimo giro degli algoritmi della rete. Algoritmi che determinano quali notizie, immagini e video possono essere raggiunte.

Ogni espressione posta in rete è considerata valida e linkata dai motori di ricerca che, oramai è assodato, non sono responsabili dei contenuti di terze parti, essi si limitano solo a rintracciare le notizie e a linkarle per porle all’attenzione degli utenti della rete.

La sola prevenzione è a monte così che poi non ci si possa pentire se riemergono notizie imbarazzanti quando meno ce lo si aspetta.

La gente ha voglia di parlare, di trasmettere le proprie idee, di confrontarsi e di condizionare gli altri con i propri ragionamenti. Per far questo una volta si andava al parco e seduti su una panchina si aspettava che qualcuno si sedesse a fianco per attaccare discorso. Si partiva dal meteo per arrivare agli argomenti più cari, dal calcio alla politica.

Altro luogo di confronto e aggregazione era il bar dove era possibile attaccare bottone con gli altri clienti disposti ad ascoltare seduti o in piedi, era un modo per interrompere la solitudine e passare il tempo con gli amici vecchi e nuovi.

Oggi è il web il luogo di incontro dove si conversa, ci si confronta e ci si scontra. Alle volte non si sa neppure con chi si sta discutendo.

Seduti o in piedi, fermi o camminando, sul computer o sullo smartphone si batte freneticamente sulla testiera inondando gli spazzi social degli “amici” pensando di fare conversazione quando non si è neppure certi che qualcuno sia in ascolto.

Una volta seduti sulla panchina o ai tavoli del bar la comunicazione era orale, adesso sui social la comunicazione è scritta. Per ricordare e rinfacciare quello che si diceva si doveva far mente locale, ed era facile smentire o dire che si era capito male, o si era frainteso.

Oggi sui social è molto più difficile poter negare quanto scritto, e la parola scritta ha molto più potere di quella parlata. La parola ha potere, e non c’è neppure da ricordarlo, sia in un senso che nel suo opposto.

Sui social, dove è tutto scritto, i pensieri e le argomentazioni positive o negative rimangono. Per rinvangare una frase basta andare a ripescarla con Google, o altro motore di ricerca, che tramite l’algoritmo ha provveduto a linkarla. Da qui è facile richiamarla così che quanto scritto emerge, e il gioco o il patatrac è fatto.

Recenti accadimenti hanno confermato che occorre fare molta attenzione alle frasi o ai like che si lasciano sui social con leggerezza o mossi dall’emozioni [vedi l’articolo Fioramonti insulta sui social, il centrodestra: “Si dimetta”].

Il Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti è bersagliato da critiche e richieste di dimissioni per alcuni post social immessi quando viveva all’estero ed era professore di economia politica all’università di Pretoria.

Probabilmente a quei tempi non pensava di poter raggiungere l’attuale prestigiosa posizione nel Governo e si lasciava condurre dalle emozioni del momento estrinsecando a rotta di collo i suoi pensieri con frasi davvero imbarazzanti anche per quei giorni.

Riportano le cronache <Da Silvio Berlusconi definito “l’imperatore della sfiga” durante il terremoto a L’Aquila, alla senatrice Daniela Santanchè bollata come “una demente bugiarda e venduta”>.

Adesso per quanto postato deve rendere conto ai cittadini italiani che ritengono gravi le sue parole in relazione alla carica che ricopre, e ne chiedono le dimissioni.

Non si può neppure difendere una persona dicendo che i social sono una “cloaca” che affoga qualsiasi idea con linguaggio estremo e violento.

Si deve essere convinti che prima di scrivere una frase occorre essere certi che sia coerente alle proprie idee e convinzioni altrimenti ci si deve astenere, è impensabile nascondersi poi dietro espressioni: “è una frase detta al momento”, “mi sono fatto trascinare, chiedo scusa”, “in quel momento non ero me stesso”.

Non ultimo una giocatrice di calcio a 5 potrebbe venir esclusa dalla squadra per alcuni post condivisi sul proprio profilo Facebook e non accettati dall’associazione ‘Quadrato meticcio’, che nel proprio statuto ha i valori portanti dell’impegno contro il razzismo e l’inclusione dei migranti [vedi l’articolo Padova, calciatrice esclusa dalla squadra per post razzisti su Facebook].

Quanto sopra riportato deve portare a far riflettere tutti, ma in particolare quelli che hanno il post “bulimico”, soprattutto i giovani che potrebbero poi pentirsi di quanto espresso sui social al momento in cui si vedono chiudere la porta in faccia per un like di troppo o per un post affrettato.

Riporto, e auspico che sia condiviso, un mini-galateo per l’uso dei social:

  • evitare di postare, quando sarebbe più appropriata una breve telefonata;
  • “firma” attribuisciti sempre in chiaro quanto pubblicato;
  • testo breve e conciso, privo di informazioni non necessarie e disporre tutte le informazioni nel minor spazio possibile;
  • evitare giochi di parole e commenti sarcastici, esprimere urgenza o enfasi con un solo punto esclamativo, evitare emoticon e ironia di difficile interpretazione
  • limitare l’uso delle abbreviazioni allo stretto necessario: non usare abbreviazioni specifiche o settoriali perché non tutti sono in grado di capire
  • infine: rileggere ancora tutto per bene e con calma, sempre; solo dopo inviare, nel dubbio astenersi.
Scritto da: Marcello Pistilli