Libero arbitrio e AI

Libero arbitrio e AI

“Libero arbitrio”: Capacità di scegliere liberamente, nell’operare e nel giudicare (enciclopedia Treccani).

Libero arbitrio è l’espressione adoperata per indicare la libertà dell’uomo, i cui atti non sono determinati da forze superiori, ma derivano da sue autonome scelte.

Secondo il libero arbitrio ogni persona ha il potere di scegliere da sé gli scopi del proprio agire e pensare, tipicamente perseguiti tramite l’espressione della volontà, nel senso che la scelta ha origine nella persona stessa e non da forze esterne.

Nell’attuale era al libero arbitrio si contrappone la possibilità che in qualche modo la volontà sia determinata da vari fattori, non sovrannaturali o naturali, ma da scelte condizionate dall’uso distorto che si fa della tecnologia.

A causa del social media si ha oramai una bassa soglia di attenzione; il flusso di informazioni, la velocità e la superficialità hanno sbriciolato la concentrazione. Il ragionare consuma energia, è più comodo delegare le scelte ad altri!

Si sta percorrendo una deriva che a forza di adeguarsi al mondo dei social media ci si adagia rimbalzando tra reale e virtuale cercando di percorrere un sentiero determinato a gestire più comodamente la vita reale.

Non si è più capaci di vivere senza compulsivamente toccare lo smartphone, per guardare se si è interpellati o per inviare messaggi così da sollecitare qualcuno a prestare attenzione.

Non si è più in grado di guardare qualcosa senza resistere all’impulso di catturarne l’immagine, dal selfie con gli amici al piatto ordinato al ristorante. Non si ha più la sorpresa di sbagliare dato che si pianifica tutto grazie alle informazioni che lo smartphone ci invia.

Difficilmente riusciremmo a concepire la vita senza di esso. Lo usiamo per fare ogni cosa, collegarci alla rete, messaggiare con gli amici, scattare foto, riprese video, annotazioni, e solo quando capita telefonare.

Per finire all’ultimo sguardo lanciato allo smartphone prima di addormentarsi ignorando il compagno o la compagna.

Più di un artista, durante una rappresentazione teatrale, o un concerto, a un certo punto ha interrotto lo spettacolo per chiedere al pubblico di deporre lo smartphone e di smettere di fotografare per prestare attenzione.

Non si ha più l’esperienza di esistere tra la gente, nella natura o difronte alle bellezze dell’arte, di vivere la felicità del presente senza essere invasi dal richiamo del cellulare.

Gli algoritmi di intelligenza artificiale ci condizionano, non solo nelle ricerche di Google o negli acquisti su Amazon, adesso sono stati accettati e coabitano in casa: sistemi IoT, Smart TV e assistenti vocali, così da condizionare le abitudini di vita.

Una volta si chiedevano consigli su come vestirsi, per gli acquisti e tanto altro, ai propri cari o agli amici. Amici recenti o amici d’infanzia, i quali ritenevano di sapere tutto; i giudizi e i consigli erano circoscritti al momento e tali restavano. Ora si chiedono i consigli a una app dello smartphone. Così quest’ultimo da strumento è diventato estensione dell’essere umano per non dire consigliere di vita. Ha finito di essere sé stesso, cioè un oggetto che media il rapporto con le cose per diventare il consulente più seguito per non dire l’amico più intimo.

Dietro il cellulare ci sono gli algoritmi AI che lungi dall’essere modelli matematici oggettivi e trasparenti, ormai dominano la quotidianità incorporando gusti, abitudini e pregiudizi, anche le dichiarazioni dell’ultimo soggetto a cui si è data l’amicizia.

Ogni app ha dietro di sé un algoritmo di AI che silenziosamente, ma velocemente, correla tutti questi dati, come pure le variazioni insolite nel comportamento, per meglio suggerire e consigliare sul modo di agire, sull’acquisto da fare per ringraziare la padrona di casa dell’invito alla festa e sul capo migliore da indossare per l’evento a cui si partecipa.

Gli algoritmi a cui ci si affida per pigrizia sono ritenuti tecnologicamente capaci, onnipotenti e onniscienti così da veicolare le scelte migliori, non ci si rende conto che hanno anche il potere di condizionare le scelte.

La grana fine con cui passano al vaglio, e meticolosamente studiano, i comportamenti, le relazioni sociali e le abitudini li trasformano in potenti strumenti di controllo.

Tutto questo però non viene percepito e neppure considerato come un interferire sui processi decisionali, nell’etica questo comportamento mina alla base la responsabilità senza la quale un individuo risponde per le sue azioni.

In ambito scientifico l’idea di libero arbitrio comporta un’indipendenza del pensiero, e quindi della mente, dalla pura causalità delle leggi scientifiche. Qui invece ci si adagia sulla tecnologia che avvince e comodamente trascina attraverso paesaggi umani con l’emozione provocata da paesaggi inumani sconosciuti, impedendo di essere liberi di perseguire i propri scopi.

Si rischia un clima sociale e mediatico intossicato, ma a cui non si vuole rinunciare in quanto soffice e accomodante. In questo ambito l’io reale non si assume conseguenze così da ottenere impunità totale.

Nella scolastica il concetto di libero arbitrio venne sviluppato in connessione al problema della volontà e della razionalità della scelta; adesso è uso dire che gli algoritmi conoscono di noi più cose di noi!

In s. Tommaso esso viene a identificarsi con la volontà e la volontà libera non può non attenersi ai dettami della ragione. Nell’attuale era è più comodo far ragionare gli algoritmi che però rendono tutto opaco e vuoto.

Non volendo capire che gli algoritmi sono scritti da persone e quindi sono anche perfettamente manipolabili e influenzabili, si sta prendendo, con sfrontata spensieratezza, una deriva che crea un disagio trasversale a tutte le classi sociali. La tecnologia non ha morale e non ha valori, quindi siamo certi che cosi come la usiamo possa essere utile all’umanità?

Scritto da: Marcello Pistilli