L’autorevolezza dei social

L’autorevolezza dei social

Nel mondo reale è necessario avere la patente per guidare un mezzo su strada, sui social network si ritiene di poter operare senza alcuna educazione e disprezzando qualunque regola.

I social sono alla portata di tutti e ritenuti un “passatempo” di giovani e meno giovani annoiati che non capendo i rischi insiti nello strumento che non conoscono, lo derubricano a parco giochi tra soggetti inoffensivi. Si vive la rete ignorando e volendo ignorare ogni principio.

In rete non si accettano insegnamenti. Lo dimostrano le migliaia di insulti che inondano chi cerca di farla funzionare attraverso semplici regole come il rispetto degli altri.

La maggior parte degli utenti però si sta rendendo conto che non è più possibile operare senza la giusta cultura della rete.

Seppure la politica ancora latita, qualcosa si sta muovendo a livello dei media per far crescere l’attenzione sui rischi insiti nell’uso spregiudicato dei social [vedi gli articoli Gabanelli: i nostri dati su internet, un traffico miliardario  e Senatrice Segre, adesso diciamo basta].

Sono però parole rivolte verso una società sorda che vuol seguitare a credere nei social network quali aggregatori di una comunità di soli buoni e giusti.

Purtroppo, vi è ancora molto da fare e l’atto della Procura di Roma che ha chiesto l’archiviazione della querela che Fedez e Ferragni avevano presentato contro Daniela Martani che su Twitter li aveva definiti: “idioti palloni gonfiati”, pone molte domande.

Non entro in merito alla correttezza o meno del perché la Martani abbia apostrofato in tal modo i coniugi Ferragnez, così la coppia è ormai conosciuta dai suoi estimatori sui media, quello che spaventa è la motivazione che adotta il pm a sostegno dell’archiviazione: i social “non sono idonei a ledere la reputazione altrui”. Tesi che se presa alla lettera potrebbe avere conseguenze disastrose sulla società mediatica in cui viviamo. La tesi è così espressa: secondo il pm, i social godono di una «scarsa considerazione e credibilità».

Se così fosse tutta l’economia basata sui social è falsata in quanto specchio per gli “allocchi”! Tutto ciò che si dice sui social sarebbe “aria fritta” in quanto poco credibile, dai siti di e-commerce a quelli della Pubblica Amministrazione passando per le esternazioni dei politici. Questa tesi metterebbe al collasso un modello che non è solo tecnologico, ma sociale, basato su assetti economici, finanziari e politici che risulterebbero stravolti.

Riporto, dall’articolo del Corriere, la spiegazione fornita dal pm: «Sui social si può»: per il pm le offese a Fedez e a Ferragni vanno archiviate.

IL PARERE DELLA PROCURA

Per la Procura di Roma, invece, le cose non stanno così. Chiedendo al giudice per le indagini preliminari di archiviare il caso, il pm Caterina Sgrò scrive che «sui social accade che un numero illimitato di persone, appartenenti a tutte le classi sociali e livelli culturali», sente «la necessità immediata» di «sfogare la propria rabbia e frustrazione» scrivendo «fuori da qualsiasi controllo» qualunque cosa, anche con «termini scurrili, denigratori, ecc., che in astratto possono integrare il reato di diffamazione, ma che in concreto sono privi di offensività». Perché proprio il «contesto dei social in genere, frequentato dai soggetti più disparati», «priva dell’autorevolezza tipica delle testate giornalistiche o di altre fonti accreditate tutti gli scritti postati su internet» tanto che, a parere della Procura, la «generalità degli utenti non dà peso alle notizie che legge». Le «espressioni denigratorie» che possono offendere una persona «godono di scarsa considerazione e credibilità» e «non sono idonee a ledere la reputazione altrui».

Secondo la tesi del pm nei social si può augurare ad una persona tutto il male possibile perché sono privi di offensività. In questo modo sono sdoganati quali mezzo di sfogo della propria rabbia e frustrazione.

Per sua natura i social chiedono di essere spontanei quindi non si riflette su quello che immediatamente si pubblica, sia esso testo, foto, filmato o la semplice emoticon. Questo però non deve sollevare dalle responsabilità di ciò che si esterna con tweet e like, insulti e idiozie, fake news ed entusiasmanti allarmi da fine del mondo.

I termini volgari e denigratori, che nel mondo reale possono determinare il reato di diffamazione, sui social diventerebbero solo idee che beneficiano di poca attenzione, quindi non possono risultare diffamatorie. Questo non è accettabile!

Il declassificare il reato di diffamazione in rete a semplice sberleffo può autorizzare tutti ad attaccare chi non la pensa come loro, trasformando i social network in una vera e propria zona franca in cui tutto è permesso.

Inoltre, proprio perché i social raggiungono numeri significativi di persone, occorre essere inflessibili verso chi offende e scredita un altro.

Non essendoci oblio in rete la diffamazione resta e può comparire da un momento all’altro reiterando l’ansia e l’angoscia nell’additato.

Quanto espresso evidenzia che si è difronte ad un galoppante deficit di educazione e illustra le conseguenze di quando non si comprende la potenza che le sterminate risorse della rete hanno sul mondo reale qualora siano mal utilizzate.

Sfortunatamente, gli effetti possono essere sconvolgenti: sono significativi i numeri di chi sentendosi diffamato via social decide per un gesto estremo.

Ancora una volta l’impegno verso una rete di tutti passa per la diffusione dell’istruzione per comprendere il corretto utilizzo di questa affascinante tecnologia.

Lo dobbiamo fare prima che qualcun altro decida per la censura preventiva della rete che di fatto metterebbe un bavaglio sulla libertà di espressione.

Scritto da: Marcello Pistilli