La deriva del web: ma cambiare si può

La deriva del web: ma cambiare si può

C’è un fantasma che se ne va in giro per il web, il fantasma della ragione.

Parafrasando il suggestivo incipit del “Manifesto del Partito Comunista” scritto da Karl Marx e Friedrich Engels e pubblicato a Londra il 21 febbraio del 1848, possiamo dire che un briciolo di assennatezza sta pervadendo gli utilizzatori di questa magnifica invenzione, e di conseguenza i signori del web.

Come ha detto recentemente Tim Berners-Lee in un’intervista “che brutta fine ha fatto Internet” (repubblica, 11 marzo 2019).

“Il web ha creato grandi opportunità di crescita, ha dato voce a chi non ne aveva, è diventato una piazza, una libreria, un negozio, una scuola, un cinema. E però ha offerto anche nuove opportunità ai truffatori, a chi diffonde l’odio, ai criminali in generale”.

Il web esprime l’immagine che l’umanità dà di sé, immagine che è costruttiva o distruttiva a seconda di come sono scritti gli algoritmi dei social network.

Nel web sono nate molte applicazioni che seguono logiche diverse da quella voluta da Berners-Lee. Queste piattaforme sono diventate il luogo principale di incontro in rete dove pur di usare gratis un servizio, si rinuncia al rispetto dei diritti sulla privacy.

Ci sono software progettati intenzionalmente per fornire incentivi a chi sacrifica i propri dati personali. Piattaforme che hanno fatto fortuna dei così detti signori del web come Google, Facebook, WhatsApp, Instagram. Essi hanno progettato algoritmi che seguono i loro interessi, algoritmi che producono profitti.

Siamo abituati a condividere a mostrare sui social ciò che si fa e per alcuni è diventato uno strumento di identità.

Queste piattaforme spingono ad acquisire punti mostrando la propria vita, anche negli istanti più intimi, dai rapporti alle cose più strane, cose particolari che possono anche mettere a repentaglio la vita. Sono diventate un sistema di riconoscimento e un modo per prendere like.

Ogni interazione, ogni like, viene monetizzata dai signori del web che hanno piegato ai loro interessi anche gli algoritmi pensati a fin di bene, come quelli che permettono di esprimere liberamente la propria opinione e che invece stanno producendo conseguenze indesiderate diffondendo indignazione e toni esasperati. Il tutto viene sempre monetizzato a favore delle piattaforme.

Tim Cook il Ceo di Apple, si è espresso alla tavola rotonda Debating Ethics, il 24 ottobre 2019 presso il Parlamento europeo a Bruxelles, sui temi della “dignità e rispetto nella datadriven life” [vedi Utilizzo di dati, j’accuse di Tim Cook a Bruxelles: “Un’arma contro gli utenti”].

Il Ceo Apple ha aperto una conversazione globale sul bene della rete, benefici e rischi dell’utilizzo della tecnologia digitale. Rete dove il commercio è esploso come macchina industriale di utilizzo dati. Le informazioni si sono trasformate in armi rivolte contro gli utenti della rete “con la stessa efficienza di quelle militari”.

Per differenziarsi dalle web companies come Facebook o Google che caratterizzano un modello basato strettamente dalla pubblicità e quindi dallo sfruttamento dei dati e dalla profilazione degli utenti, Tim Cook rivendica che Apple in fondo è un produttore di hardware che “non vuole mettere le mani sulla vita privata degli utenti”.

Adesso si è sentito chiamato in causa il fondatore e Ceo di Facebook Mark Zuckerberg che ha comunicato che Facebook d’ora in poi tutelerà meglio i dati personali degli utenti [vedi Ora Zuckerberg è diventato fan della privacy].

In un post ha annunciato di volere ripensare buona parte del funzionamento del suo social network, privilegiando le conversazioni private e criptate rispetto ai post pubblici.

“Se la promessa fosse mantenuta, sarebbe il più grande cambiamento nella storia di Facebook, ma ci sono dubbi sull’annuncio di Zuckerberg, considerato che già in passato erano state fatte promesse su grandi cambiamenti in termini di tutela dei dati personali, mai mantenute”.

Da più parti si sente anche dire che oramai è un web “malato”, un indistinto crogiuolo di cospiratori, negazionisti, edonisti e falsi, che è impossibile nominare, per cui conviene prendere le distanze cancellando tutti i propri account. Questo pensiero sta diventando comune, ma non è certamente la soluzione, anzi è la presa di coscienza di una disfatta.

Il web di oggi non è certamente la soluzione definitiva seppure ha raggiunto un grado di complessità al limite della non governabilità, ma ci sono sempre più possibilità tecnologiche che consentono di ripensarlo.

Occorre reagire e spingere anche e soprattutto la politica verso una rappresentanza che difenda un web gratuito e accessibile a tutti. Un web dove ci dovrebbe essere una spinta ad usare i social network per favorire conversazioni costruttive e non distruttive, dove non dovrebbero continuare a esserci falsi messaggi pubblicati solamente per invogliare a cliccare il tasto “like”. Un web dove gli utenti devono sempre sapere quale dato è raccolto e a che scopo.

È una istanza credibile e soprattutto non servono regole imposte dai Governi!

“È impossibile sapere dove andremo. Ma abbiamo una certezza: dipenderà dalle nostre scelte di oggi. E io sono ottimista: i buoni vinceranno sui cattivi, anche sul Web”, affermaTim Berners-Lee.

Scritto da: Marcello Pistilli