I social media, tra devianza e controllo

I social media, tra devianza e controllo

Internet e i social in particolare sono strumenti straordinari di libertà, progettati per informarsi e socializzare con amici e conoscenti. I social però sono stati creati con fini commerciali.

Purtroppo, oramai è accertato, i social generano dipendenza, questa si alimenta anche facendo circolare disinformazione, messaggi di estrema durezza e odio.

Seppure i signori dei social network sostengono che quanto da loro creato sia solo un veicolo di informazione, molte sono le voci che si sollevano a favore di una loro regolamentazione; come “Blusa” ha evidenziato nel post “Salviamo internet” (3 giugno 2019).

Nell’ecosistema da loro progettato i messaggi estremi acquistano importanza, raggiungono e sono accettati da molti soggetti. Messaggi estremi che possiamo così catalogare: diffamazione, ingiuria, violenza privata, molestie, stalking, interferenze illecite nella vita privata, apologia di reato e per finire istigazione a delinquere.

Senza ignorare foto o video disturbanti immessi in rete al solo fine di acquisire perversi consensi, e indirettamente finanziare i signori della rete.

Le minacce alla democrazia veicolate utilizzando i social stanno mobilitando i governi al fine di tutelare i propri cittadini nel momento di emergenza.

Il Governo dell’India ha chiesto agli operatori di telecomunicazione nazionali di trovare un modo per bloccare i social dopo che fake news, diffuse attraverso l’app di messaggistica, hanno innescato una serie omicidi [vedi l’articolo Fake news, l’India convoca le telco per bloccare Whatsapp & co].

Il governo dello Sri Lanka ha deciso di chiudere temporaneamente le piattaforme social a seguito agli attentati di Pasqua 2019 che hanno causato la morte di oltre 300 persone. Nelle ore successive alle esplosioni erano circolati numerosi post violenti e notizie false soprattutto su Facebook e YouTube [vedi l’articolo Lo Sri Lanka ha fatto bene a chiudere i social network dopo gli attentati?].

Non credo che la strada giusta sia quella di bloccare l’accesso ai social media, ma queste decisioni dimostrano quanto queste piattaforme possano essere considerate pericolose se usate a fini perversi.

La libertà della rete, realizzata dalle piattaforme social, si è rivelata terreno fertile per l’esibizionismo benevolo o criminale, così sempre più soggetti sono affascinati dal condividere in rete le proprie azioni, sia che siano innocenti sia che siano deplorevoli o peggio.

Per questo vanno sicuramente rimossi tutti i contenuti che alimentano l’odio e quelli estremi, anche per non consentire azioni emulative.

Sempre più nazioni sono intenzionate ad approvare leggi che consentano di multare i social network che non rimuovono “rapidamente” o in un tempo “ragionevole”, i contenuti condivisi riguardanti omicidi, torture o violenze. Le ammende sono con cifre economiche importanti e in linea con il fatturato annuale della società che si alimenta con la condivisione dei contenuti [vedi l’articolo L’Australia potrà multare i social network e incarcerarne i dirigenti se non rimuoveranno rapidamente i contenuti violenti].

La legge appena approvata dal parlamento australiano rappresenta una decisa presa di posizione che potrebbe avviare però un giro di vite per la libertà della rete, ma lasciare ai social la decisione di cosa vada rimosso potrebbe non essere la soluzione.

A innescare la presa di posizione del parlamento australiano sono molti fatti accaduti, ne riportiamo alcuni avvenuti pure in Italia.

Lo sparatore australiano di 28 anni dell’attacco alle due mosche di Christchurch, in Nuova Zelanda, dove sono morte 50 persone aveva condiviso in live streaming il video dell’attacco. Rimosso da Facebook dopo 12 minuti dalla sua conclusione [vedi l’articolo Christchurch, attacco in due moschee in Nuova Zelanda: 49 morti. La strage in diretta Facebook].

I ragazzini di Manduria in Puglia che hanno causato la morte di Antonio Stano. I loro gesti violenti di soprusi e sopraffazioni erano documentati con video e chat scambiati via WhatsApp [vedi l’articolo Manduria, l’anziano picchiato a morte: otto fermi, sei sono minori].

I due scellerati di CasaPaund di Vallerano (Viterbo) hanno consumato lo stupro di una donna di 36 anni e non si sono fatti mancare il filmato delle loro inconsulte gesta [Stupro a Viterbo, il video degli abusi dei militanti Casapound stava per finire in una chat].

I governi di certo non hanno la forza di far chiudere i social network, ma la perdita di fiducia che si sta manifestando verso di essi sta crescendo e quindi azioni in tal senso potrebbero essere accettate.

D’altro canto lasciare alle società private la scelta se un articolo, un messaggio, una foto o un video è pubblicabile o meno potrebbe però portare alla censura preventiva. In particolar modo se la decisione della rimozione è determinata da moralismo, vergogna o volontà di repressione del soggetto che la valuta.

In questo modo l’obiettivo che si intende raggiungere verrebbe equivocato. Un conto è denunciare forme estreme come inaccettabili, altro è sottostare a una cappa di moralismo che pretende di salvare la tecnologia e il diritto di parola uniformandolo al proprio modo di pensare.

Ciò non è accettabile, perché vorrebbe dire rinnegare anni di sviluppo tecnologico, di costume e di libertà di pensiero. Meglio sarebbe investire nella diffusione della cultura della rete e nell’istituzione di una Autorità di Vigilanza costituita da un gruppo di esperti che agiscono quali garanti pubblici della rete.

Scritto da: Marcello Pistilli