Erisologia, come litighiamo, soprattutto online

Erisologia, come litighiamo, soprattutto online

Ares, nella religione greca, è la figlia di Zeus ed è la dea della discordia, è descritta come una dea spietata, animatrice dei conflitti e delle guerre tra gli uomini per le quali gode. Semina odio fra gli uomini acuendone le sofferenze.

Ad essa si è ispirato il blogger svedese John Nerst coniando la parola erisology, in italiano “erisologia”. Essa si riferisce allo studio delle liti tra gli esseri viventi, principalmente liti a parole destinate a sfociare nel nulla, ovviamente in rete sui social network.

Le potenzialità delle nuove tecnologie, e la peculiarità di quelle pervasive come i social network che mettono in connessione esperienze in contesti diversi, hanno dato l’illusione che il web fosse la soluzione per l’avanzamento globale del sapere e dei rapporti tra gli esseri umani: dentro e fuori la rete. Ci si era illusi che la rete fosse cooperazione, il motore sano della condivisione tra gli esseri umani.

Queste tecnologie hanno invece generato un cambiamento che ha portato complicazioni fornendo alle persone una piattaforma su cui si diffondere le proprie idee, le proprie posizioni, il proprio credo senza accettare il confronto.

I social hanno quindi aumentato la complessità del problema delle interazioni sociali e anziché essere strumento di dialogo e di condivisione della conoscenza si sono trasformati in strumenti di chiusura e di discriminazione generando un presente online ipercinetico, urlante, rabbioso che calpesta la dignità delle persone.

Seppure vi è chi sostiene che non serva una competenza particolare per stare bene in rete, stante la facilità di impiego degli strumenti e delle tecnologie web e social; posizione tenuta in primis dalle case produttrici interessate ad una diffusione capillare dei loro prodotti, l’attuale situazione indica che occorre promuovere l’educazione e l’alfabetizzazione digitale.

Le dinamiche dei dibattiti in rete, specialmente le incomprensioni e le argomentazioni in malafede, portano alle “guerre online” il cui obiettivo è affermare la propria identità sminuendo in modo aggressivo chi la vede in modo diverso. Che poi i fatti diano ragione o meno è irrilevante.

Specialmente sui social si sente la necessità di fare la battuta tagliente, di comunicare pensieri pubblici o privati senza riuscire a sottrarsi alla degenerazione tipica della piattaforma che riducendo la soglia di concentrazione spinge verso una perversa immediatezza vista come sincerità.

Prevale il rancore, la rabbia, la frustrazione che spingono alla scrittura tutta maiuscola di chi grida più forte, non importa su cosa.

Sorgono quindi le liti on line animate da messaggi lanciati in modo egoistico, ambigui e lasciati per essere interpretati secondo i propri pregiudizi.

Si gode a distruggere tutto quanto abbia un senso collettivo solidale, si comunica con fatti che decontestualizzati possono rivelarsi a danno di amicizie e relazioni, anche nella vita reale.

Si ha quindi un confronto asimmetrico tra chi è impegnato a rispettare i principi democratici e chi invece è entusiasticamente impegnato a censurare, manipolare e reprimere qualsiasi discussione a sfavore della propria tesi.

È tutto un fiorire di emoticon così che si offende per ottenere applausi o meme sorridenti, ritenendo di esprimersi con arguzia e simpatia quando invece si è solamente fuori luogo o patetici.

Si cerca l’affermazione degli altri non rendendosi conto che non essendo aperti al dialogo si discute da soli.

Si va appresso al primo che dimostra interesse alle proprie idee perché si è in difficoltà e nessuno dà ascolto, ignorando che gli altri accettano o confutano le tesi sul momento lisciando la vanità, ma in realtà pensando ad altro.

È così nata la scienza del disaccordo improduttivo, quello in cui alla fine di una discussione le persone restano sulle proprie posizioni iniziali.

Discussioni in cui lo scambio di opinioni è avvenuto in modo aggressivo e inutilmente conflittuale, seppure espressione dell’intangibile libertà di parola.

La definizione del termine “erisology” coniata da John Nerst è: “lo studio del disaccordo, in particolare lo studio di disaccordi falliti. Un disaccordo infruttuoso è uno scambio in cui le persone non sono più in grado di capire alla fine di quanto lo fossero all’inizio, il che significa che lo scambio è stato principalmente di parlare l’un l’altro e/o di insultare. Una cosa veramente infruttuosa”.

Sebbene Nerst abbia affermato che “nessuno deve essere convinto” della qualità inutilmente contraddittoria del discorso online, il boom delle discussioni social promette di mantenere gli aspiranti “erisologi” molto impegnati.

La questione centrale è che non si è ancora capaci di controllare la potenza della tecnologia a disposizione. Si vive un modello di rete dannoso benché edificato su una tecnologia fantastica.

Permane l’esigenza di una educazione non solo tecnologica, ma sulla rete dove la sicurezza di tutti comincia dalla consapevolezza della tecnologia e dalla cultura della convivenza.

Necessita rifarsi alle frasi, di attualità disarmante, attribuite, con molta incertezza invero, a William Shakespeare:

  • Prima di discutere, respira
  • Prima di parlare, ascolta
  • Prima di criticare, esaminati
  • Prima di far male, senti
  • Prima di arrenderti, prova
  • Prima di morire, vivi.

Ma ancora di più:

  • Prima di scrivere, pensa.
Scritto da: Marcello Pistilli