Vita, lavoro e sorveglianza

Nel contesto della riservatezza e privacy si esprime la sentenza della sezione lavoro del 17 dicembre 2014-27 maggio 2015, n. 10955 della Corte di Cassazione, in linea con il Jobs Act (era Renzi) che aprono la porta al tecnocontrollo dei dipendenti facilitando i controlli sugli strumenti di lavoro, qualora essi siano aziendali.

Su tali apparati il datore di lavoro pu√≤ dispiegare il pieno controllo dell’attivit√† del collaboratore, essendo lo strumento di sua propriet√†. Controllo concesso per mezzo dei metadati, non ovviamente sui contenuti delle telefonate, ancora oggi protetti dalla privacy.

Ad esempio, se nell’apparato √® stato attivato la funzione di localizzazione il datore di lavoro traccia tutti gli spostamenti del collaboratore, anche quanti minuti si √® fermato al bar prima di recarsi dal cliente.

Ne discende che la raccomandazione/sollecitudine verso il collaboratore di uso dell’apparato aziendale, non √® per venire incontro al dipendente, consentendogli di risparmiare dei soldi sullo strumento, ma per aprire una porta su una eventuale sorveglianza.

La logica alla base della sentenza della Cassazione √® che, seppure i controlli a distanza siano in via generale proibiti, un controllo diretto √® permesso qualora abbia l’obiettivo di tutelare i beni del patrimonio aziendale (apparato fornito, sia esso PC o telefono cellulare), oppure impedire eventuali comportamenti illeciti come chattare durante l’orario di lavoro.

I disposti sono del datore di lavoro e quindi per tale scopo debbono essere utilizzati e non per altro.

Scaricare musica sul cellulare aziendale non √® generalmente un uso operativo connesso all’attivit√†, inoltre potrebbe mettere a rischio l’apparato qualora si infettasse. Il virus potrebbe successivamente trasferirsi sui sistemi centrali al primo rientro in ufficio.

La giurisprudenza segnala che l’accettazione dei termini di utilizzo di un social network acconsente di fatto la messa a disposizione dei propri dati e quindi alla possibilit√† di essere monitorati. Questa accettazione aggira lo Statuto dei Lavoratori. Il collaboratore acconsentendo ai termini di utilizzo del social network estende questi anche per i dati aziendali, non di sua propriet√†, presenti sull’apparato. Questo porta ad aggravare ulteriormente la posizione del collaboratore qualora l’informazioni fossero riservate.

Di medesimo tenore vi √® il monitoraggio dei profili sui social del collaboratore, in quanto il datore di lavoro potrebbe crearsi un profilo falso, ad esempio su Facebook il cosiddetto fake, al fine di porre in essere il ‚Äúcontrollo difensivo‚ÄĚ della propria azienda. L‚Äôinteragire sul social con il collaboratore sospettato, durante l’orario di lavoro, √® un comportamento lecito e non vietato dallo Statuto dei Lavoratori in quanto <teso a sanzionare un comportamento capace di ledere il patrimonio aziendale, sotto il profilo del regolare funzionamento e della sicurezza degli impianti>.

Le esternazioni sui social possono portare anche al licenziamento come insegna quanto accaduto alla Cassa dei commercialisti dove si monitoravano i profili di alcuni collaboratori. Erano poste sotto analisi le espressioni, i ‚Äúlike‚ÄĚ etc., anche le ‚Äúparole pesanti‚ÄĚ espresse verso i ‚Äúcapi‚ÄĚ. Parole che pronunciate in una sede pubblica avrebbero giustificato il licenziamento. Cos√¨ √® stato.

I giovani in cerca di occupazioni debbono sapere che gli uffici di selezione fanno ampie ricerche e analisi nel mondo social e sulla rete tutta. Espressioni non corrette sono considerate anche se espresse nel tempo. Come detto la rete non dimentica, seppure si cambia parere, quello pubblicato resta a imperitura memoria e può spuntare quando uno meno se lo aspetta. Un giudizio negativo su una azienda, esternato per convinzione politica o meno, potrebbe chiudere le porte in futuro. Per non accennare ai giudizi, non sempre positivi, di studenti verso i propri professori esternati sui social. Anche i professori navigano in rete e frequentano i social network.

Si torna a ribadire di usare la sana diffidenza, di ragionare dieci volte prima di esprimere convinzioni o pareri, di essere certi di voler esternare e che di quanto espresso non ci si pentir√† mai, accada quel che deve accadere! Ma prendendoci una pausa alla fine si riterr√† di soprassedere e non ci si penser√† pi√Ļ!

 

Scritto da: Marcello Pistilli