Un’app per giocare con la realtà aumentata

app-virtualeQualche giorno fa sono venuti a farci visita in classe i bambini della scuola dell’infanzia che il prossimo anno entreranno alla primaria.

Accanto ai miei alunni di quinta erano davvero piccoli e con l’aria un po’ perplessa.

Dopo una passeggiata per la scuola e avergli raccontato una storia, ci siamo dedicati ad un gioco. Abbiamo preparato per loro una piccola esperienza con la realtà aumentata per sperimentare come, attraverso un semplice smartphone, sia possibile “aumentare” quello che percepiamo con i nostri sensi.

 

Tra le tante applicazioni disponibili ho scelto di utilizzare Quiver, gratuita e disponibile sia per iOS che per Android.

Dal sito abbiamo stampato i disegni che ci sembravano più adatti a loro, degli animaletti buffi impegnati in un gioco.

I piccoli ospiti, affiancati da tutor undicenni, hanno scelto e colorato una scheda ciascuno.

Poi una bambina con il mio smartphone ha mostrato loro come questo disegno poteva essere animato. Basta infatti aprire l’app e puntare il device verso il foglio fino a quando lo schermo dà un segnale verde. A quel punto, attraverso il telefono, si vede quanto disegnato prendere vita, uscire dal foglio piatto e muoversi.

E’ possibile interagire con lui attraverso dei tasti che appaiono sullo schermo: si può tirare la palla ad un coccodrillo, far crescere o rimpicciolire un coniglietto, far sventolare una bandiera e molto altro ancora.

Quando sono andati via, ognuno ha portato con sé la propria scheda sulla quale è indicato sia il sito di provenienza che l’app da utilizzare per animarlo in modo che il gioco possa proseguire anche a casa.

In tanti hanno detto che lo avrebbero fatto vedere subito a fratelli e genitori per lasciarli a bocca aperta. Divertente davvero la realtà aumentata, quello che si vede è talmente realistico che, prima di prendere il proprio foglio da portare a casa, una bambina, piccola ma con un approccio cauto verso la tecnologia, ha chiesto: “Ma il coniglietto che esce dal foglio è buono o cattivo?”

Scritto da: Cristiana Zambon