Il basic e Garçia Lorca. Una storia di vent’anni fa

Questa volta, sarà il caldo, sarà che ho esagerato con i programmi per fare videogiochi, voglio fare il professore serio, e vi racconterò della volta che ho scritto un programma per aiutare a fare poesie.

Ma è meglio cominciare dall’inizio, anzi, da prima ancora.

Erano i primi anni ’90 e mi divertivo ancora a pasticciare col basic.

Ero affascinato dalle possibilità che il computer apriva in campo linguistico; il nome Eliza ai trentenni dirà poco e probabilmente i quarantenni non se ne ricordano più, ma all’epoca fece scalpore. Il programma Eliza invitava l’umano alla tastiera a comunicare con lui ed era dotato di una serie di routine che rispondevano a certe parole chiave; per esempio, se nella frase digitata c’era la parola padre, Eliza rispondeva chiedendo “in che rapporti eri con tuo padre?” o altra domanda simile.

Il trucco consisteva nel rimandare indietro qualsiasi comunicazione attraverso una domanda, oppure nel rispondere con una frase generica, buona per ogni evenienza (“ah, si? Dimmi qualcos’altro al proposito…”).

Chiaramente il gioco durava poco: anche se la persona alla tastiera non avesse saputo di comunicare con un programma per computer, si sarebbe accorto nel giro di qualche minuto che la conversazione non portava da nessuna parte e restava sempre inconcludente. Eppure il gioco era divertente, almeno all’inizio.

Mi venne la voglia di costruirmi la mia Eliza personale, ma mi accorsi presto che il lavoro era molto lungo e che alla fin fine, se fossi stato molto bravo e paziente, avrei riscoperto l’acqua calda, altrimenti avrei perso tempo e basta.

Però, lavorando e riflettendo, avevo capito un paio di cose:

  • che il significato di un testo sta per metà in quello che scrive l’autore e per metà in ciò che capisce il lettore (è ovvio, ma ce ne dimentichiamo spesso)
  • che questa l’ambiguità della comunicazione era sfruttabile dalla macchina, L’uomo è capace di ingannarsi da solo, la macchina è solo il tramite.

Fu un caso che in quel periodo stessi leggendo ai miei alunni un paio di poesie di Garcia Lorca. E se invece – mi venne in mente – invece di far dialogare il computer gli facessi scrivere delle poesie?

L’ambiguità della comunicazione è massima nella poesia (questo è un modo molto cattivo di dire che la poesia riesce a condensare più significati e che in definitiva è una eccezionale macchina per sognare), quindi un computer può sfruttare questo fenomeno.

Restava da vedere se ero in grado di scrivere un programma che sfruttasse la connotazione delle parole e sapesse creare delle metafore. Beh, non ero in grado, assolutamente. Fra l’altro, credo che non ci sia ancora riuscito nessuno, per cui sono scusatissimo.

Un diavoletto però mi spinse ad annunciare ai ragazzi che presto avrebbero potuto scrivere poesie come Garçia Lorca. Quando lo dissi non avevo la minima idea di cosa avrei potuto fare.

Immaginavo, confusamente, di mettere assieme un programma che estraesse parole a caso da una serie di elenchi (sostantivo+articolo+sostantivo+complemento di luogo+attributo ecc). Inutile dire che la cosa non funzionava. Ma ormai avevo promesso e ne andava della mia credibilità di insegnante.

Fu il “mestiere” che mi salvò, voglio dire il fatto che fossi un insegnante e non un programmatore professionista. Il mio target, in fondo, erano i ragazzi, non il computer. Il computer era un mezzo.

I ragazzi avrebbero fatto il lavoro difficile, quello di selezionare le parole per dare sostanza al programma e di sceglierle una volta avviato il programma stesso.

In poche parole, il programma funzionava così: cliccando sulla scritta “Inizio” si estraeva a sorte una parola iniziale fra cinquanta o cento che avevamo trovato nell’incipit di una poesia. La trovata era che l’alunno poteva accettare la parola oppure farne estrarre un’altra e un’altra ancora, e così via.

Poi cliccava su “metafora” e il programma estraeva a sorte un termine usato metaforicamente. Stesso meccanismo di scelta, solo che stavolta si trattava di sceglierlo adatto al primo termine. Ne uscivano metafore arditissime, che si potevano aggiustare (ma anche rovinare) cliccando poi su “specificazione”, “luogo”, “tempo” , “verbo transit.”, “verbo intransit.” . Terminata la frase, si poteva ricominciare. Le parole erano intervallate da “a capo” .

Inutile dire che la meccanicità del prodotto risultava assai meno evidente perché in fase di programmazione avevamo scelto con attenzione i termini (questo portò i ragazzi a un lavoro di un paio di mesi su Garçia Lorca e me a riscrivere la struttura in basic almeno due volte.).

La prima cosa fu individuare i termini più usati, più tipici; la seconda suddividerli meglio che si poteva per polarità connotative (bello / brutto, alba / tramonto, goia / tristezza ecc.) La terza consisteva nel realizzare il programma, e questo toccò a me.

Finì che, con questo mezzo, ciascun ragazzo scrisse una o più poesie à la manière de Lorca e che un paio di colleghi, di cultura scientifica (non ebbi il coraggio di far la prova con colleghi di lettere!) ci cascarono come polli e scambiarono per opere di Garçia Lorca i lavori dei ragazzini.

Cosa avevo realizzato, in realtà? Non un programma autonomo, certo: niente di simile all’Intelligenza artificiale, e meno che mai ad un poeta elettronico. Era semplicemente un facilitatore – ma d’altra parte la funzione del computer è spesso proprio questa. Era più che altro una specie di vocabolario un po’ più evoluto, che suggeriva, con i diversi tasti, una certa struttura della poesia, sfruttando anche il fatto che i legami sintattici e grammaticali nella poesia moderna sono spesso ellittici.

Dal punto di vista didattico il lavoro vero fu quello, preparatorio, di analizzare le poesie di Garçia Lorca, di scegliere le parole da inserire, di raccogliere le metafore, di esplicitare certe regole di analisi logica. La parte informatica fu, tutto sommato, relativamente facile e non fu realizzata dai ragazzi.

Perché parlo qui di questa lontana esperienza? Per tre motivi:

  • perché sono convinto che la sfida vera del futuro, per l’informatica non sia la Realtà aumentata, e neanche la Realtà virtuale, di cui tanto ed a ragione si parla oggi, ma la comprensione dei linguaggi naturali e, al limite, la traduzione corretta.
  • perché sono convinto che per usare il computer in maniera veramente produttiva non si debbono seguire schemi di nessun tipo.
  • Perché credo che ogni insegnante debba essere in grado di programmare almeno a livello elementare, per dominare veramente il computer.
Scritto da: Paolo Freschi