Cosa ci insegna il dieselgate

Sicuramente avete presente quanto accaduto recentemente alla Volkswagen, lo scandalo delle emissioni inquinanti che rischia di portare danni di immagine, finanziari, di impiego ecc. al momento non quantificabili.

Tutto ha inizio quando dei ricercatori della West Virginia University che avevano l’incarico, da una società senza scopo di lucro europea, di raccogliere dati per convincere gli estensori delle normative europee a emulare la severa legge statunitense sull’inquinamento, effettua un controllo su strada per rilevare i livelli di inquinamento dei motori e scopre per le auto VW un livello di NOx più alto di quello atteso.

Questo ha portato all’accusa di violazione delle leggi federali a protezione dell’ambiente per un numero di vetture VW prossimo a 11 milioni.

Successive indagini portano alla luce che il raggiro è avvenuto tramite l’uso di software contraffatto per il controllo dei gas di scarico. Il programma delle centraline di controllo dei motori dell’auto riconosce quando è in corso un test sulle emissioni inquinanti e degrada appositamente le prestazioni e quindi le emissioni. Il riconoscimento avviene in quanto i test si svolgono non su strada ma in sala prove dove solo le ruote motrici sono in movimento sui rulli, le altre ruote sono ferme. Cosa non possibile durante il movimento su strada quando tutte le ruote “girano”. Quindi è facile per il software riconoscere una situazione di test così da indicare al motore di degradarsi e di inviare un minore inquinamento.

Attualmente le automobili sono molto informatizzate, i software controllano tutti gli apparati presenti sull’autovettura, in particolar modo le prestazioni del motore. Oltre alle luci, portiere, radio di bordo, “computer di bordo”, posizione dei sedili, freni ecc.

Questo rende l’autovetture sicure da un lato e vulnerabili dall’altro.

Il rischio si suppone che venga dall’esterno, cioè da un malintenzionato, quindi si opera affinché si impediscano infiltrazioni. Per questo il software di gestione dei motori delle auto non è liberamente ispezionabile da ricercatori indipendenti anzi, è considerato illegale farlo senza il permesso dei costruttori. Questo consente ai fabbricanti di impedire la concorrenza nei mercati delle tecnologie per accessori e riparazioni.

L’atteggiamento protettivo rende anche più difficile la ricerca da parte di terzi di problemi di sicurezza come pure più facile per i costruttori nascondere illeciti intenzionali. Come è avvenuto nel caso del diselgate dove il software è stato deliberatamente alterato per nascondere l’inquinamento generato da un’intera flotta di veicoli così da produrre un impatto reale e quantificabile sull’ambiente e sulla salute umana.

Adesso si procede a salvaguardare documenti e supporti informatici che potrebbero permettere di far luce sulle metodologie utilizzate per le manipolazioni poste in essere, e già inizia lo scaricabarile sulle responsabilità.

A noi insegna che a violare l’etica informatica e in particolare gli articoli:

1 – Non usare il computer per danneggiare gli altri

4 – Non usare il computer per rubare

10 – Usate sempre il computer in modalità che mostrino considerazione e rispetto

Non sono solo i cosi detti Hacker ma anche quelli che possiamo definire “colletti bianchi” dell’informatica. E qui lascio a voi tirare le conclusioni, dico solo che il mondo informatico rispecchia sempre quello reale in quanto impossibile da disgiungere. Il disielgate ce lo conferma in quanto progetto software che parte dal management, segue l’analisi, lo sviluppo e il test con il fine di malevolo di “rubare”.

 

Scritto da: Marcello Pistilli