Crimini informatici 

Crimini informatici 

La diffusione di sistemi informatici con l’aumento degli utenti, delle soluzioni digitali e dei vari apparati connessi alla rete, ha portato ad un aumento vertiginoso del volume di dati scambiati e con esso anche la possibilità di un loro utilizzo per scopi non etici.

Il mondo digitale, che vive nel virtuale, ha pesanti ricadute nel mondo reale, e ha posto un nuovo ambito operativo per i soggetti usi a delinquere: crimini identificati e riconosciuti come “crimini informatici”.

Varie sono le tipologie di crimini informatici e ampia è la casistica di reati commessi verso imprese e utenti privati, nei più svariati ambiti, dal commerciale al fiscale passando per il penale. Sono inclusi: pedopornografia, frodi, spionaggio industriale e non, il cyberstalking, omicidi, stupri, etc.

A contrastare il crimine informatico è una disciplina che ancora non ha un nome di riconosciuto, perché ne ha più di uno.

Siamo parlando del “computer forensics”, nota anche come “digital forensics”, in lingua italiana “scienza digitale forense”, ma anche “informatica forense”.

Sono molti nomi per indicare lo svolgimento delle indagini atte ad individuare, analizzare, recuperare, conservare e organizzare prove informatiche utili all’attività investigativa.

L’informatica forense ha visto la luce, come disciplina, a fine anni ’70, ma si è evoluta in maniera significativa solo negli anni ’90 [vedi Digital forensics].

“La nascita del computer forensics come scienza a supporto delle indagini digitali risale al 1978 negli Stati Uniti allorquando il Florida Computer Crimes Act introduceva le prime fattispecie di crimini informatici. Segue quindi lo sviluppo di tecniche investigative dell’agenzia federale (FBI) che, per rispondere alla crescente richiesta di investigazioni in ambito informatico, creò al suo interno il Computer Analysis and Response Team (CART)”.

L’attuale schema di indagine, svolto nel digitale, è ben illustrato dalle numerose serie poliziesche, e su tutte, a mio parere, campeggiano R.I.S., N.C.S.I. e C.S.I. in tutte le sue location. L’attimo da considerare è quello che vede il giovane detective digitare sulla tastiera del suo PC prima e poi richiamare gli altri investigatori per illustrare loro, e agli spettatori, quanto apparso sullo schermo.

L’evoluzione della società digitale ha condotto all’annullamento della dimensione personale dei sentimenti e dei comportamenti. Si mettono in scena pezzi di vita esibiti come se un privato non esistesse più, e ognuno sa i fatti degli altri. Questo porta a lasciare tracce di vita, contenuti sgradevoli o addirittura illegali, in rete come negli apparati che usualmente si utilizzano, anche perché oramai di essi non se ne può fare a meno.

Le indagini digitali, svolte da esperti di informatica con approfondite competenze su tutti i dispositivi in grado di memorizzare i dati e informazioni, sono quindi in aumento.

Il crimine, che ha un approccio emotivo, alle volte trascura che quanto detto o scritto, per farsi notare e attirare l’attenzione, resta nell’apparato come nella rete. Va messo nel conto che quando si compiono gesti che potrebbero portare ad essere indagati, molte delle informazioni custodite nell’apparato digitale potranno essere considerate.

Sia per i soggetti etici, o meno etici, la spontaneità può ritorcersi contro in quanto nel digitale l’oblio non esiste, neppure negli apparati. Quando si è certi di aver cancellato l’immagine o il documento, come pure un numero di telefono, le tecniche del computer forensics sono in grado di recuperarli.

L’analisi di questi dati, e delle informazioni che scaturiscono dalla loro aggregazione, porta alla comprensione dell’accaduto.

L’esperto chiamato all’analisi inizia col definire le giuste modalità di recupero del materiale all’interno del dispositivo digitale senza causarne compromissione per non inficiare l’indagine.

L’apparato digitale su cui si trova ad indagare può essere il più vario, si va dal sistema informatico per l’elaborazione dei dati a un semplice dispositivo di memorizzazione, come un CD o una chiavetta USB, passando per un personal computer o un apparato cellulare.

Alle volte si indaga anche su un documento Word per comprenderne la sua evoluzione, da chi lo ha scritto e su che apparato, a chi lo ha modificato cambiandone il significato e quindi lo scopo.

Non ultimo l’esperto digitale si trova a tu per tu con l’apparato digitale [vedi l’articolo Alexa testimone di un omicidio: l’assistente vocale di Amazon sarà interrogata dalla polizia].

L’aumento dei crimini richiede soggetti esperti della materia, non improvvisati. La disciplina da artigianale si va muovendo verso una scienza, seppure non ancora ufficialmente riconosciuta, così facendo si è arricchita di svariati metodi per estrarre le informazioni dai dati al fine di considerarle come prove digitali.

Le indagini della digital forensics hanno i loro schemi di analisi e recupero dei dati che conducono a sostenere o confutare un’ipotesi così da inchiodare o scagionare l’accusato davanti ad un processo penale o civile.

L’informatica forense ha assunto un ruolo sempre più importante e le tecniche e le metodologie non servono solo a risolvere crimini, ma anche a tutelare gli interessi delle persone e nel settore privato con indagini aziendali interne come quelle sulle intrusioni non autorizzate (data breach) nei sistemi informatici.

Leggevo un articolo dove un investigatore, in là con gli anni, confrontava le indagini di una volta con le attuali e se ne usciva con questa frase lapidaria: “un tempo si consumavano le suole delle scarpe, oggi si consumano gli occhi”. Una volta c’erano appostamenti e pedinamenti sotto il sole o sotto la pioggia, ben illustrati dalla letteratura e dalla filmografia che va dagli inizi del novecento fino alla sua fine. Oggi avviene tutto davanti ad un computer dove l’investigatore interagisce e scandaglia la realtà digitale alla ricerca di frammenti di dati e informazioni che chiedono di essere accompagnati nel mondo reale.

Scritto da: Marcello Pistilli