Gli algoritmi

Gli algoritmi

L’”algoritmo” sta mettendo sottosopra la società e sconvolgendo la vita reale.

Il termine “algoritmo” entrato nel linguaggio comune deriva dalla trascrizione latina del nome del matematico persiano al-Khwarizmi vissuto nel IX secolo d.C.

La parola “algoritmo” è usata e abusata da quando Google ha rivelato che alla base della sua efficacia vi è il suo “algoritmo” di ricerca.

Google è oggi il motore di ricerca più usato nel mondo grazie alla sua potente famiglia di algoritmi. Gli algoritmi di Google si basano su oltre 200 segnali univoci detti “indizi”. Indizi gentilmente lasciati alla Google a titolo gratuito dagli utilizzatori del prodotto. Gli indizi consentono di “intuire” che cosa l’utente sta cercando.

Tra questi indizi vi sono elementi quali: le parole presenti nelle pagine dei siti web, l’indice di attualità dei contenuti delle pagine web, l’area geografica da cui scaturisce la ricerca e quella delle pagine individuate che soddisfano la ricerca, e il magico “PageRank” che definisce: quanto una pagina sia popolare nel Web, e la popolarità è determinata essenzialmente dal numero e dall’importanza dei link che puntano a una pagina.

L’algoritmo è quindi un “procedimento” che risolve un determinato problema mediante una sequenza di operazioni che devono soddisfare almeno due requisiti: ad ogni passo è deciso, in modo deterministico, cioè non ambiguo, quale sarà il passo successivo; la sequenza delle operazioni costituenti il processo deve tendere, in un tempo ragionevole, ad un risultato che sia concreto, reale, utile. Ovviamente il tutto segue l’interpretazione data dal progettista.

Gli algoritmi sono alla base di tutti i programmi informatici, da quelli di utilità individuale come Word e Excel, a quelli per la gestione di una azienda come contabilità, paghe e stipendi. Gli algoritmi controllano la produzione di una industria come pure il volo di un aeroplano. Grazie a un algoritmo l’Inps paga la pensione e un algoritmo consente di prelevare i soldi a uno sportello bancomat.

Non è la complessità o la grandezza che definisce l’importanza dell’algoritmo, vi sono algoritmi semplici come quelli che gestiscono l’accensione e lo spegnimento di una lampadina in una stanza e altri articolati che aggregano una moltitudine di altri algoritmi come quelli che governano i telefono cellulari.

Tutto oramai nel mondo “digitale” in cui viviamo è gestito e controllato da algoritmi. Le leggi dell’algoritmo si estendono alle contrattazioni di borsa, alla gestione della sicurezza nell’autostrade e nei servizi urbani; controllano i flussi educativi come a quelli migratori, le nascite e le morti, e purtroppo presiedono alle guerre, ma pure agli armistizi.

In quanto funzionanti come puri e semplici processi automatici si ritiene che gli algoritmi siano perfetti, ma capita a volte che diano risultati inattesi, imperfetti, stupidi e scioccanti.

Gli algoritmi non sono parto di un’entità superiore, sono il risultato dell’ingegno umano e quindi fallibili. Seppure eleganti ed efficienti essi alle volte possono fornire risultati errati oltre che inutili e dannosi che conducono a errori enormemente costosi o perfino fatali per il genere umano.

Quindi mai trincerarsi dietro un: “è così perché lo dice l’algoritmo”; seppure sembra fornire un risultato bizzarro.

L’errore si insinua nei progetti di sviluppo degli algoritmi dove l’impossibile può sempre verificarsi perché il difetto, congenito nella natura umana, si nasconde anche agli occhi del progettista.

Poiché sono gli uomini che disegnano gli algoritmi sono essi a decidere cosa deve fare o non fare, e poi devono realizzarlo.

Il funzionamento corretto ed efficiente di un algoritmo dipende in modo significativo dalla cultura e dall’etica sociale di chi lo disegna. I progettisti sempre più si sbizzarriscono con soluzioni stravaganti ma sensibili al rumore indotto dai dati che vanno a trattare che finiscono per renderlo non affidabile conducendolo verso soluzioni errate.

I benefici e i vantaggi che si percepiscono impediscono di capire di essere imprigionati in una bolla di sapone trasportata verso un destino ai più ignoto.

Ben lontani da essere semplici strumenti tecnici neutrali gli algoritmi sono anche portatori di progetti a contenuto politico e finanziario.

È con queste premesse che la fortuna dei big data ha fatto grandi Google, Amazon e gli altri campioni del web permettendo loro di predire nuovi scenari.

La procura che viene data agli algoritmi permette loro di accumulare dati utente senza aver l’aria di farlo così da produrre categorizzazioni che guidano i comportamenti degli utenti e codificano il mondo e la realtà verso le visioni del futuro progettate dai giganti del web.

Non tutti gli algoritmi sono trasparenti e l’opacità è protetta dalle aziende dietro il concetto della “proprietà intellettuale”.

Richiedere a Google, Amazon, e gli altri l’apertura dei progetti alla base dei loro algoritmi consente di comprenderne la logica e permette la comprensione dei valori e del tipo di società che questi promuovono. Significa dare agli utenti della rete i mezzi per riconquistare il potere perso nella società digitale.

Scritto da: Marcello Pistilli